Flavie Strappazzon, dalla Francia all’Italia per fare ricerca

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Flavie Strappazzon è una delle vincitrici del premio Roche per la ricerca. Nell’intervista racconta il suo percorso formativo e professionale e parla della necessità di sconfiggere il precariato per evitare la fuga di cervelli all’estero. Lei, mamma di due figlie, ripone nel nostro paese una grande fiducia ma è convinta che soprattutto le giovani ricercatrici vadano aiutate a trovare stabilità per poter consentire loro di non abbandonare le proprie passioni pur impegnandosi nella creazione di una famiglia.

Buongiorno, mi parli un pò di lei, il suo background, della sua formazione e di cosa si occupa attualmente.

Sono una ricercatrice Francese afferente all’Università di Roma Tor Vergata. Quando ho iniziato l’università, sapevo già di volere diventare ricercatore: volevo fare ricerca per potere aiutare i medici. Sono rimasta affascinata dalla lezione di neuroscienze e ho scelto di effettuare il mio dottorato proprio in un laboratorio del reparto Neuroscienze del ospedale di Grenoble, dove ho studiato vari meccanismi alla base delle malattie neurodegenerative. Dopo la laurea e il dottorato in Francia mi sono trasferita a Roma dove mi sono appassionata ad un altro campo di ricerca, quello dell’autofagia, nel laboratorio del Prof. Cecconi . Mettendo insieme sia la mia esperienza dottorale che post-dottorale, ho capito che il mondo della ricerca di base sul processo mitofagico e le malattie neurodgenerative era veramente una tematica affascinante ed è di questa che mi occupo adesso presso l’IRCCS Fondazione Santa Lucia a Roma.

Perché ha scelto di effettuare il suo post dottrato in Italia?

Sono stata attirata dall’Italia per effetuare il mio posto-doc perché un laboratorio di ottima qualità studiava il processo autofagico, un campo nel quel mi volevo specializzare e sicuramente per via delle mie origini italiane. Vivo in Italia da 10 anni, mi ritengo fortunata perché fino ad ora ho ricevuto delle opportunità di lavoro che mi hanno permesso di crescere professionalmente. L’Italia mi trattiene ancora con varie sfide scientifiche ed anche grazie all’amore che ho per il mio compagno romano e le nostre 2 figlie.

Lei è uno dei vincitori del premio Roche per la ricerca. Mi racconta l’esperienza e la sua ricerca in parole povere?

Si, sono lusingata di avere ricevuto questo premio Roche essendo stata selezionata tra 490 candidature. E’ un premio che mi fa sentire sostenuta: significa che altre persone hanno creduto nel mio progetto. Mi darà le risorse per effettuare un progetto in cui credo molto. Con questo progetto ci occuperemo della Sclerosi Multipla, una malattia autoimmune del Sistema Nervoso Centrale.

Dove ha effettuato la ricerca? Con quali finanziamenti?

Ho effettuato la mia ricerca post-dottorale all’ Univerista di Tor Vergata e all’IRCCS Santa Lucia di Roma. I due primi anni grazie ad un finanziamento europeo MARIE CURIE, poi durante gli altri due anni di post doc ero assegnista di Ricerca all’Universita di Tor Vergata. Negli ultimi anni, essendo vincitrice del bando “Giovani Ricercatori”, indetto dal Ministero della Salute e del finanziamento “AFM-Trampoline” proposto dal Telethon francese, sono diventata “Junior Principal Investigator” di due progetti di ricerca. Da dicembre 2017 dirigo la mia ricerca sullo “Studio della mitofagia nelle malattie neurodegenerative” presso l’IRCCS Fondazione Santa Lucia di Roma grazie al finanziamento Roche per la Ricerca 2017.

Il più grande problema dei ricercatori italiani oggi?

La precarietà! Sicuramente in Italia il fatto che rimaniamo a lungo in situazioni di incertezza lavorativa, ad esempio oggi festeggio i miei 10 anni di precarietà post dottorale, è un grosso problema. Ci sono dei periodi, soprattutto in fine di contratto, dove siamo influenzati negativamente, qualche volte siamo portati a pensare a fare tutt’altro nella vita, siamo pervasi da questi pensieri invece di concentrarci bene sulla ricerca, come possono fare ricercatori di altri paesi grazie alla stabilità professionale. Bisogna quindi vivere con una certa angoscia che non tutte le persone possono supportare e quindi ci sono persone con talento che abbandono la ricerca per questo motivo. Soprattutto alla nostra età quando è il momento di creare una famiglia e quindi avere ancora più responsabilità.

Come migliorerebbe il settore?

L’investimento è la chiave. Tanti ricercatori hanno la passione e la speranza ma mancano i fondi. Innovazione e ricerca sono i motori del paese. Investire in ricerca può solo portare ad un miglioramento del Paese a livello mondiale! Invece in Italia ci sono persone brillanti che abbandonano la ricerca a causa della mancanza di fondi. La fuga di cervelli è dovuta alla forte mancanza di posti di lavoro e quindi di nuovo ad un problema di fondi. Penso, quindi, che in Italia bisognerebbe creare più posti per giovani e migliorare il rispetto della meritocrazia. L’Italia potrebbe migliorare anche aiutando di più le donne, sempre meno nei laboratori.

Nuovi progetti per il futuro?

Si assolutamente, la ricerca è fatta di traguardi continui! Ho vari progetti in corso e da sviluppare nei prossimi mesi, sperando ottenere i finanziamenti adeguati per avere le risorse sufficienti per poterli realizzare. Ho recentemente ottenuto l’Abilitazione Scientifica Nazionale per la fascia di professore associato per i settori di Biologia applicata, Biochimica e Anatomia comparata e citologia. Un altro progetto sarebbe quindi quello di diventare professore associato.

Che consigli darebbe ai suoi coetanei che hanno i suoi stessi interessi e aspirazioni?

Vorrei dire che si può fare il mestiere da ricercatrice, essere felice, ed avere una famiglia! Quindi di crederci e di non avere paura di volere cambiare le cose che non vanno bene!

In che modo il quoziente giovani fa la differenza?

La passione è sicuramente un fattore che fa la differenza. Il mestiere di ricercatore è pieno di sacrifici bisogna quindi farlo con passione. Non avere paura della quantità di lavoro e delle sconfitte. La capacità organizzativa è inoltre fondamentale per trovare gli spazi giusti per realizzare tutto, affrontare le varie sfide scientifiche e prosperare nella sua propria vita personale.

@AntonellaMelito

 

 

 

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