Bertolini: Roche ha premiato la mia passione

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Giulia Bertolini è una delle vincitrici del premio Roche per la ricerca. Nell’intervista racconta il suo percorso formativo e professionale e la passione che mette ogni giorno da 14 anni, quelli della sua vita passati in laboratorio.

Buongiorno, mi parli un pò di lei, il suo background, della sua formazione e di cosa si occupa attualmente.

Buongiorno, sono originaria di Piacenza e mi sono trasferita a Milano nel 2000 per iniziare la facoltà di Biotecnologie Mediche presso l’Università Statale di Milano. Ho conseguito la laurea a pieni voti nel 2005, svolgendo la tesi di laurea presso il laboratorio di Neuroncologia all’Istituto Besta, dove ha avuto inizio la mia formazione nel campo della ricerca oncologica. Subito dopo la laurea sono entrata a far parte dell’Unità di Genomica Tumorale, diretta dalla Dr.ssa Sozzi Gabriella, presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano dove ho iniziato un progetto sullo studio delle cellule staminali del tumore polmonare che è stato il filone di ricerca che ho seguito fino ad oggi. Nel 2011 ho conseguito il  PhD in collaborazione con la Open University UK, sotto la supervisione della Dr.ssa Sozzi G e del Prof. Alison M, docente di Stem Cells Biology presso il Queen Mary University London. Nel 2014 mi sono poi trasferita per circa un anno a Manchester presso il Cancer Research UK Manchester Institute per un progetto di collaborazione con il gruppo guidato dalla Prof Caroline Dive sullo studio delle cellule Tumoral iCircolanti e ho fatto poi ritorno presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano dove continuo i miei studi sulle cellule staminali del tumore polmonare come PostDoc nel lab di Genomica Tumorale.

Lei è uno dei vincitori del premio Roche per la ricerca. Mi racconta l’esperienza e la sua ricerca in poche parole?

La mia ricerca è volta a studiare una nuova terapia che vada a colpire la popolazione di cellule staminali del tumore polmonare, causa di metastasi. Lo scopo ultimo è proporre una nuova terapia che si associ a quella convenzionale, ad esempio la chemioterapia, per contrastare la malattia metastatica prima che sia clinicamente evidente e conclamata, con la prospettiva di migliorare la sopravvivenza dei pazienti con tumore al polmone.

Dove ha effettuato la ricerca? Con quali finanziamenti?

La ricerca sarà svolta presso l’Istituto Nazionale dei Tumori, Milano in collaborazione con la Dottoressa Roato Ilaria dell’ospedale  Molinette di Torino e Dottoressa Scala Stefania dell’Istituto Pascale di Napoli. Nella mia carriera, prima del bando Roche, ho vinto diverse borse di studio, prima una borsa di studio jurion  FIRC/AIRC (2011-2013), poi due borse di studio PostDoc della Fondazione Umberto Veronesi (2017-2019) ed infine due borse che coprivano le spese per il mio periodo all’esterno (Accademia dei Lincei- Royal Society e Progetto Professionalità- La Fondazione Banca del Monte di Lombardia). A parte il mio stipendio i soldi per reagenti e macchinari necessari alla mia ricerca in questi anni sono stati forniti da Grants provenienti dal mio capo Dottoressa Sozzi.

Le difficoltà che ha incontrato durante gli anni della ricerca?

La difficoltà maggiore consiste proprio nel reperire i finanziamenti che devono coprire non solo i costi della ricerca in sé ma anche i costi degli stipendi delle persone  al progetto. Anche le sempre maggiori difficoltà per pubblicare i risultati delle nostre ricerche su buone riviste scientifiche, per scelte editoriali o anche semplici ‘mode’del momento, rappresenta una difficoltà molto rilevante del nostro lavoro perché la qualità della nostra ricerca viene valutata proprio sulla qualità delle pubblicazioni scientifiche che facciamo.

Come migliorerebbe il settore?

Sicuramente con più investimenti  per la ricerca e più futuro per i ricercatori. Tantissimi professionisti della ricerca fuggono dai laboratori perché dopo 10-20 anni di precariato la passione per questo mestiere non basta più se non si vede nessun futuro. E’ un problema molto complesso che ci portiamo dietro da tantissimi anni. Certo serve tanta passione e convinzione per fare il ricercatore, ma serve anche che a questo mestiere sia riconosciuta dignità professionalità e un percorso di carriera.

Che consigli darebbe ai suoi coetanei che hanno i suoi stessi interessi e aspirazioni?

Di crederci sempre nonostante le tante, tante delusione. Bisogna imparare anche dalle esperienze più negative, dalle critiche che arrivano ai progetti e ai lavori. Tutto serve per crescere e sviluppare un senso critico. Ma se si ha l’intuizione giusta in cui ci si crede davvero mai dare ascolto ed abbattersi per quelli che ti dicono: “è troppo difficile, non si può fare, lascia stare”, andate sempre avanti e portate avanti le vostre idee.

In che modo il quoziente giovani fa la differenza?

Io ormai non mi considero più tanto giovane, ho 37 anni e 14 anni di lavoro in laboratorio. Posso solo dire che di sicuro sono spinta da un’enorme passione per questo lavoro, che non ho mai smesso di amare nonostante le delusioni e le disillusioni durante tutti questi anni. Ho creduto in questo progetto da subito per cui sono davvero molto soddisfatta che il premio Roche abbia riconosciuto il valore dell’intuizione e il coraggio di questa scommessa.

@AntonellaMelito

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