I ricercatori italiani sono talenti ma settore da migliorare. L’intervista a Sara Marceglia

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Sara Marceglia è tra le vincitrici del premio Roche per la ricerca. Laureata e dottorata in Bioingegneria al Politecnico di Milano, Sara nell’intervista racconta della sua ricerca e si sofferma sulle principali difficoltà che vivono i ricercatori italiani, proponendo alcune soluzioni per migliorare la ricerca in Italia.

Buongiorno, mi parli un pò di lei, il suo background, della sua formazione e di cosa si occupa attualmente.

Buongiorno, sono prof associato di Bioingegneria all’Università di Trieste. Sono un bioingegnere, per formazione e per esperienza. Mi sono laureata e dottorata in Bioingegneria al Politecnico di Milano. Mi occupo, sia come ricerca sia come didattica, di due tematiche: una, che è quella “storica” da cui è scaturito anche il progetto che poi ha vinto il premio Roche, è legata allo studio della neuromodulazione invasiva e non invasiva per il trattamento di disordini neurologici e neuropsichiatrici; l’altra, più recente, è legata all’informatica medica ma in particolare ai sistemi di supporto alla decisione in medicina e alle applicazioni mobile (app) per il supporto della salute in pazienti e cittadini.

So che hai scelto di vivere in Italia nonostante un’esperienza all’estero…

Si, vivo tra Milano e Trieste: lavoro a Trieste come professore Universitario e continuo la ricerca al Policlinico di Milano grazie a progetti, come questo finanziato da Roche, che hanno i pazienti come protagonisti. Nel passato, ho vissuto e lavorato un po’ negli Stati Uniti, presso la National Library of Medicine dei National Institutes of Health (NIH), ma poi sono tornata in Italia, avendo vinto il concorso di prof associato a Trieste. Avevo scelto di andare al NIH a causa della mancanza di opportunità qui in Italia, ma poi sono rientrata, essendo cambiata questa condizione. Non nascondo, comunque, che le modalità di lavoro nell’ambiente NIH dove mi trovavo erano molto facilitate rispetto a quelle che abbiamo in Italia, quindi capisco bene i ricercatori che scelgono di rimanere all’estero.

Lei è uno dei vincitori del premio Roche per la ricerca. Mi racconta l’esperienza e la sua ricerca in parole povere?

L’idea di questo progetto nasce dal filone di ricerca sulla stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation, DBS), che è una tecnica di neuromodulazione invasiva che viene usata nel trattamento della malattia di Parkinson e di altri disordini del movimento. La DBS consiste nell’applicazione di una corrente elettrica in alcune strutture profonde del cervello mediante elettrodi collegati ad un pacemaker (analogo a quello cardiaco). Abbiamo pensato di creare una nuova tecnologia che, registrando l’attività dei neuroni e comprendendo tramite questa lo stato del paziente, cambiasse lo stimolo elettrico in modo automatico, così da compensare i sintomi quando c’è bisogno e diminuendo l’intensità quando non c’è bisogno della stimolazione. Abbiamo chiamato questa nuova tecnologia DBS adattativa (aDBS) e abbiamo anche creato uno spin-off, Newronika srl, formato da noi ricercatori insieme con il Policlinico di Milano e l’Università di Milano, per creare questa tecnologia. E lo abbiamo fatto. Tra qualche mese Newronika impianterà i primi stimolatori aDBS nei pazienti. Il progetto finanziato da Roche servirà a dimostrare che la minor corrente passata al tessuto è davvero migliore, perché induce meno effetti di neuroinfiammazione e stress ossidativo, così da garantire un trattamento “sicuro” e d efficace anche nel lungo periodo, aumentando la finestra di qualità di vita dei pazienti affetti non solo da malattia di Parkinson, ma anche da tutti gli altri disturbi neurologici e neurodegenerativi trattati (o che verranno in futuro trattati) con DBS (ad esempio distonie, disordini ossessivi compulsivi, Alzheimer, neuroriabilitazione, …).

Dove ha effettuato la ricerca e con quali finanziamenti?

La ricerca sull’effetto neuroinfiammatorio e di stress ossidativo verrà finanziata con il premio Roche, ma si inserisce in una serie di esperimenti che svolgiamo ormai da anni presso il Policlinico di Milano e altri centri DBS italiani grazie a finanziamenti nazionali ed internazionali che negli anni abbiamo raccolto e che ci hanno permesso di portare avanti la ricerca e, soprattutto, i ricercatori.

Le difficoltà che ha incontrato durante gli anni della ricerca?

Ci sono due ordini di “difficoltà”. Il primo è logistico-organizzativo. Fare ricerca nelle istituzioni pubbliche italiane è complicato, perché sono complicate le procedure amministrative per comprare i materiali necessari, per creare i contratti che servono per dare gli stipendi alle persone che lavorano, perché sono complicate le procedure di rimborso delle spese nelle missioni, perché non è facile accedere agli spazi, perché i ricercatori devono fare anche molto lavoro amministrativo, togliendo tempo alla ricerca stessa. Il secondo è relativo ai finanziamenti. Io mi considero molto fortunata, perché ho sempre lavorato in un gruppo di ricerca che ha avuto fondi per sostenere tutte le persone che lavorano ai progetti e poi sono riuscita a vincere un concorso di professore di II fascia tre anni fa, dopo il periodo negli USA. Ma non è per tutti così. Ho molti colleghi che hanno dovuto rinunciare a fare ricerca e sono passati ad altro perché i finanziamenti erano finiti. Anche in altri paesi lo stipendio dipende dalla capacità di attrarre fondi, ma la flessibilità del mercato di lavoro della ricerca rende meno spaventoso l’orizzonte. Da noi è molto difficile questa carriera. Pensi soltanto che negli IRCCS pubblici non esiste la figura del “ricercatore”, eppure si tratta di Istituti “a carattere scientifico”.

Come migliorerebbe il settore?

Semplificando le procedure organizzative legate alla ricerca, migliorando i servizi di supporto alla ricerca (segretariati, rimborsi, …) e migliorando i contratti dei ricercatori. Faccio un esempio. Si vince un progetto che ha dei vincoli di tempo per essere svolto e ci sono i soldi per pagare una persona che ci lavori dall’inizio alla fine. I vincoli burocratici fanno sì che i tempi di attivazione del contratto (emissione del bando, espletamento del concorso, presa di servizio) possano arrivare anche a 4-6 mesi che, di fatto, vengono sottratti al progetto stesso.

Nuovi progetti per il futuro?

Noi non ci fermiamo mai. Il progetto Roche è stato presentato lo scorso giugno e i lavori sono appena iniziati. Nel frattempo, abbiamo già presentato diversi altri progetti, sia in questo stesso ambito sia in altri. Quindi, sempre avanti!

Che consigli darebbe ai suoi coetanei che hanno i suoi stessi interessi e aspirazioni?

Consiglierei di non scoraggiarsi. Provare tutte le strade e cogliere tutte le opportunità, anche se vogliono dire maggior lavoro. Alla fine si vede la differenza e, se non è in Italia, nel tempo si creano talmente tante relazioni a livello internazionale, che anche spostarsi all’estero diventa un’opportunità.

In che modo il quoziente giovani fa la differenza?

In noi “giovani” sia in ambito di ricerca che in ambito universitario, vedo una differenza fondamentale rispetto alla generazione precedente: la capacità di fare gruppo, di fare team. Il progetto non è “mio” ma è di tutto il gruppo con cui lavoro. Un bioingegnere non opera i pazienti e non fa i prelievi per valutare lo stato neuroinfiammatorio, ma contribuisce alla ricerca con la propria competenza tecnologica. L’ambito clinico è una passione per definizione e lo spirito che la muove è la voglia di migliorare la vita dei pazienti. Ma non ci si arriva da soli. Bisogna entusiasmarsi del proprio lavoro ed essere disposti a dare il proprio contributo insieme agli altri. Non ho mai creduto nell’”orticello”. Spero di trasmettere questo anche ai miei studenti. Infine, io ho una formazione più tecnologica, ma senza l’ambiente in cui sono cresciuta, l’IRCCS Policlinico, che mi ha dato la possibilità di sperimentare la ricerca sul campo, non avrei mai maturato l’esperienza che ho adesso e che mi ha consentito di vincere questo premio.

@AntonellaMelito

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