Davide Ferraris, vincitore del premio Roche: “L’Italia nella ricerca c’è”!

0

Davide Ferraris è uno dei vincitori del premio Roche per la ricerca. Co-fondatore della IXTAL, un’azienda attiva nella ricerca e nell’innovazione delle scienze delle proteine, per applicazioni in ambito biotech e nelle scienze della vita, la ricerca di Ferraris verte sullo studio dei gliomi, tumori particolarmente aggressivi che colpiscono il sistema nervoso centrale. Nell’intervista Ferraris si dice convinto dell’enorme potenziale italiano nel mondo della ricerca ed evidenzia quali sono le difficoltà da superare per rendere l’Italia ancora più competitiva nel campo.

Buongiorno, mi parli un pò di lei e della sua formazione.

Buongiorno, mi chiamo Davide Ferraris, sono un assegnista di ricerca presso il Laboratorio di Biochimica del Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università del Piemonte Orientale a Novara. Ho conseguito la Laurea in Chimica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi in biochimica. Successivamente ho proseguito i miei studi in Germania presso il Centro Helmholtz per le Malattie Infettive (HZI) e la Scuola di Medicina di Hannover (MHH), dove ho conseguito un PhD in Biologia Strutturale. Dopo un periodo di post-dottorato presso lo stesso istituto, ho continuato i miei studi nel campo della biochimica e della biologia strutturale presso il laboratorio del Prof. Menico Rizzi dell’Università del Piemonte Orientale, dove tuttora opero. I miei principali interessi riguardano lo studio delle proteine coinvolte in processi infettivi e cancerogeni nell’uomo. Sono co-fondatore della IXTAL, un’azienda attiva nella ricerca e nell’innovazione delle scienze delle proteine, per applicazioni in ambito biotech e nelle scienze della vita.

Oggi dove vive, in Italia o è uno dei cervelli italiani in fuga all’estero?

Dopo aver trascorso un periodo di studi all’estero, sono tornato in Italia e vivo attualmente a Torino. Il mio percorso è stato finora un po’ in controtendenza rispetto a quel fenomeno che viene comunemente chiamato “fuga dei cervelli”. Questo termine, molto retorico a mio modo di vedere, nasconde una profonda contraddizione e cioè che da una parte si incoraggia e si stimola all’internazionalizzazione degli studenti e dei percorsi di studi ma poi al contempo si stigmatizza in qualche modo l’eventualità che gli stessi studenti, poi scienziati e/o lavoratori, facciano carriera all’estero. In realtà, il mondo della ricerca e quello lavorativo in generale è molto dinamico e globalizzato ed il ricollocarsi all’estero per ragioni lavorative fa parte del curriculum vitae di un qualunque ricercatore, scienziato o professionista che vuole trovare nuovi stimoli, orizzonti e opportunità.

Certo, l’Italia però sta perdendo molte menti creative e giovani talenti, anche nel campo della scienza, non crede? Questo è un rischio per l’economia del nostro paese.

Si, penso che all’Italia manchi anche la capacità di attrarre scienziati dall’estero, perché i migliori, in qualunque campo, si attraggono soprattutto con salari adeguati. Tuttavia, penso che qualcosa stia cambiando. Il progetto Human Technopole è un progetto molto ambizioso, e la nomina dell’attuale direttore del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare (EMBL) come direttore del tecnopolo testimonia la capacità, se c’è la volontà, di rendere l’Italia attraente per scienziati brillanti e di fama, al pari di altri stati ed istituti europei. Spero che sia un inizio di un cambiamento.

L’Italia, comunque, rappresenta un paese di tutto rispetto per la ricerca scientifica…

Assolutamente si. Una recente statistica di Eurostat apparsa sull’autorevole rivista scientifica “Nature” riporta che l’Italia è il terzo paese al mondo, dopo Stati Uniti e Inghilterra e davanti a Francia e Germania, per quanto riguarda la produzione di pubblicazioni scientifiche tra le più citate. Inoltre, la stessa statistica dice che l’Italia produce più pubblicazioni in rapporto alla spesa in ricerca e sviluppo rispetto a qualsiasi altro paese dell’Unione Europea, ad eccezione del Regno Unito. Dunque, il quadro che ne fuoriesce è che, nonostante tutto, l’Italia nella ricerca c’è.

Lei è uno dei vincitori del premio Roche per la ricerca. Mi racconta la sua ricerca in parole povere?

Il progetto di ricerca si concentra sullo studio dei gliomi, tumori particolarmente aggressivi che colpiscono il sistema nervoso centrale. Le persone affette da tale patologia hanno un’aspettativa di vita molto bassa; purtroppo, per questo tipo di tumori non esiste attualmente una cura farmacologica efficace e la terapia si basa essenzialmente sulla rimozione chirurgica del tumore. Tuttavia, è stato osservato che le cellule di glioma producono una proteina (la “aldeide deidrogenasi”, o ALDH) la quale risulta essere coinvolta nello sviluppo di questi tumori celebrali. Il nostro progetto prevede lo studio di molecole in grado di inibire la funzione dell’ALDH e di conseguenza la proliferazione delle cellule cancerogene, ponendo le basi per una futura cura farmacologica dei gliomi.

Cosa ha significato vincere il premio Roche per la ricerca?

Il premio “Roche per la Ricerca” si inquadra in un ampio progetto di ricerca intrapreso nel laboratorio di Biochimica diretto dal Prof. Menico Rizzi del Dipartimento di Scienze del Farmaco, in collaborazione con la Dott.ssa Silvia Garavaglia dello stesso gruppo di ricerca e con ricercatori del Mitchell Cancer Institute a Mobile negli USA,  e rappresenta una grande opportunità per uno sviluppo innovativo del progetto, oltre che costituire un forte stimolo ed incoraggiamento per tutto il gruppo di ricerca.

Le difficoltà che ha incontrato durante gli anni della ricerca?

Le difficoltà che si incontrano nel fare ricerca sono diverse e molteplici ed il lavoro del ricercatore è un misto di pazienza, dedizione, intuito, competenze, capacità nel risolvere i problemi, fortuna e, infine, “serendipità”. La maggiore difficoltà del fare ricerca è quello di trovare fondi e finanziamenti adeguati. La ricerca di fondi comporta un forte dispendio di tempo e risorse e, purtroppo, non sempre gli sforzi vengono poi ricompensati.

Come migliorerebbe il settore?

Il settore lo migliorerei rendendo più attraenti le posizioni universitarie in modo da essere competitivi a livello europeo, soprattutto dal punto di vista dei compensi. I ricercatori migliori, anche stranieri, si attraggono con stipendi adeguati, e l’Italia, soprattutto in ambito accademico, non è molto competitiva in questo.

I suoi progetti per il futuro?

Per quanto riguarda il progetto premiato, sicuramente quello di contribuire allo sviluppo di cure innovative per i gliomi. Più in generale, spero di contribuire in qualche modo alla ricerca e alla scienza delle proteine, sia in ambito delle scienze della vita che in ambito biotecnologico.

Che consigli darebbe ai suoi coetanei che hanno i suoi stessi interessi e aspirazioni?

I colleghi della mia età che condividono gli stessi interessi e aspirazioni si trovano o si sono già trovati davanti ad un bivio, ovvero quello di proseguire e puntare ad una carriera accademica, oppure quello di rivolgersi ad aziende private. A mio parere uno dovrebbe seguire le proprie aspirazioni e dovrebbe affrontare le inevitabili incertezze e difficoltà lavorative con mente aperta, senza precludersi strade a priori, anche perché l’estrema dinamicità del mondo della ricerca e di quello lavorativo rendono difficile fare previsioni e piani a lungo termine.

In che modo il quoziente giovani fa la differenza, ovvero lintuizione che si ha da giovanissimi, spesso frutto di una grande passione per il proprio lavoro?

L’intuizione da sola non serve a niente. Serve sicuramente la voglia di fare e di provarci e serve molto un ecosistema in grado di accogliere, ascoltare e sviluppare le intuizioni e le idee dei giovani. Ma più di tutto penso che conti il riconoscere i propri limiti e il circondarsi di persone più brave e capaci di te ed imparare da esse, perché sapere fare tutto e bene è praticamente impossibile.

Share.

Comments are closed.