Lupia: il premio Roche consente ai giovani ricercatori di camminare con le proprie gambe

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Michela Lupia è una giovane ricercatrice, tra le vincitrici del premio Roche per la ricerca. Nell’intervista emerge tutta la sua passione per il mondo della ricerca e si dice fermamente convinta di quanto sarebbe importante aver accesso a più fondi pubblici per i giovani che sognano di fare Scienza e Ricerca, perché permetterebbe loro di farlo in maniera più continuativa e con maggiori prospettive.

Buongiorno, mi parli un pò di lei, della sua formazione e di qualche esperienza significativa che le ha fatto capire che si sarebbe dedicate alla ricerca.

Mi chiamo Michela Lupia e lavoro come ricercatrice presso l’Istituto Oncologico Europeo. Sono laureata in Scienze Biologiche e ho un dottorato in Oncologia molecolare. Durante il mio dottorato mi sono occupata di diversi aspetti legati alle cellule staminali, su cui ho elaborato la mia tesi di Dottorato. Gli anni del dottorato sono stati di fondamentale importanza per la mia crescita professionale e personale. È in questi anni di duro lavoro, sotto la guida del Prof. Giovanni Morrone e del suo team, che ho imparato non solo a lavorare con serietà e determinazione acquisendo indipendenza in quelle metodiche e tecnologie che sarebbero state alla base del mio futuro lavoro di ricerca ma anche ad accettare, con altrettanta determinazione e consapevolezza, i successi e gli inevitabili insuccessi legati intrinsecamente a questo lavoro. È in questi anni che ho realmente capito che nel mio futuro ci sarebbe stata la ricerca.

Ha fatto esperienze all’estero? Oggi dove lavora?

Si, durante il dottorato ho avuto l’opportunità di lavorare per un breve periodo all’estero presso l’ University Medical Center di Groningen in Netherlands, è lì che ho imparato ad isolare le cellule ematopoietiche staminali umane da cordone ombelicale; poi mi sono trasferita a Milano ed ho iniziato a lavorare presso l’Istituto Europeo di Oncologia. Dal 2012 ad oggi, sotto la supervisione del Dott. Ugo Cavallaro, direttore dell’Unità di Ricerca in Ginecologia Oncologica, mi occupo del carcinoma ovarico ed, in particolare, della componente staminale legata all’insorgenza e progressione di questo tipo di tumore.

Quanto è importante per lei aver vinto il premio Roche per la ricerca?

Vincere un premio prestigioso come il premio Roche è stata una grande gioia e una enorme soddisfazione soprattutto perchè permette ai giovani ricercatori di poter avere dei fondi propri e poter, così , incominciare a camminare con le proprie gambe in un ambito altamente competitivo e con poche opportunità come è quello della ricerca oggi in Italia.

Mi racconta la sua ricerca in parole povere?

La mia ricerca è iniziata dalla standardizzazione dei processi d’isolamento e coltura delle cellule primarie derivate da tumore ovarico. Il carcinoma ovarico è definito il killer silenzioso in quanto molte pazienti soccombono a causa della diagnosi tardiva che a sua volta è dovuta alla mancanza di sintomi specifici nelle fasi precoci della malattia. A causa delle scarse conoscenze che ancora si hanno su questa esigua popolazione cellulare e soprattutto sulla mancanza di una loro chiara ed univoca identificazione ho deciso di dedicarmi al loro studio, in quanto nuove strategie dirette all’eliminazione di tale popolazione cellulare potrebbero rappresentare un passo fondamentale verso l’eradicazione del carcinoma ovarico.

Dove ha effettuato la ricerca? Con quali finanziamenti?

Ho svolto e continuo a svolgere la mia ricerca sulle cellule staminali del carcinoma ovarico presso l’Unità di Ricerca in Ginecologia Oncologica dello IEO. Fino ad ora la mia ricerca è stata sovvenzionata da vari enti o fondazioni tra cui la Fondazione IEO-CCM e l’AIRC. Da oggi gran parte del mio progetto sarà portato avanti grazie al premio Roche per la Ricerca.

Dal tuo punto di vista, qual è la difficoltà più grande per i giovani ricercatori?

Le difficoltà e gli ostacoli sono sempre molti ma quello che spaventa di più noi ricercatori è sicuramente legato alla precarietà che, purtroppo, spesso non ci permette di guardare con serenità al futuro.

Quale potrebbe essere una soluzione?

Sicuramente poter aver accesso a più fondi pubblici permetterebbe a tutti di fare Scienza e Ricerca in maniera più continuativa e con maggiori prospettive.

Che consigli darebbe ai suoi coetanei che hanno i suoi stessi interessi e aspirazioni?

Il mio consiglio è quello di lavorare con serietà e determinazione affrontando gli ostacoli come un momento di crescita e godendosi appieno i piccoli traguardi quotidiani perchè sono quelli che ogni giorno danno la spinta per andare avanti e non aver paura del domani.

In che modo il quoziente giovani fa la differenza?

L’intuizione, il coraggio e soprattutto la passione sono per me gli ingredienti chiave che mi hanno permesso di raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissata nelle varie tappe della mia vita. Nel campo della ricerca non è il business a fare la differenza, il profitto conta poco, quello che conta è avere un’idea, un’intuizione valida che deve essere però sempre affiancata e sostenuta da un estremo rigore scientifico e da tanta, anzi tantissima passione.

@AntonellaMelito

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