Giovani, ci tenete al vostro futuro? Italia: storia di una mancata rottamazione e della generazione che verrà.

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di Antonella Melito

Rottamazione. Ho sempre pensato che di rottamabile ci siano solo le automobili. Quando i pezzi non funzionano, semmai si sostituiscono; prima di cambiare macchina, insomma, ce ne sono di km da fare, di strade da percorrere, di scelte da valutare. Non che la rottamazione sia la scelta sbagliata, l’importante però è non ritrovarsi a piedi. Ebbene, di rottamazione si parla ormai da qualche anno: il riferimento però non è certo alle automobili, bensì ad un ricambio generazionale all’interno dei partiti o, più in generale, un ricambio della classe dirigente di un paese. Cosa rimane oggi da quando questa parola fu usata per la prima volta? L’intenzione non è certo quella di scrivere della fine dei partiti e di quanto questi oggi, nella loro accezione tradizionale, appaiano superati; piuttosto, la domanda è: dov’è questa tanto attesa nuova generazione pronta a ritagliarsi il proprio posto nella società e, attraverso le proprie idee, le proprie competenze, il radicamento all’epoca che stiamo vivendo, sia in grado di trascinare l’Italia e gli italiani verso un futuro migliore?

Ad oggi la situazione politica è la seguente, poi dicono che i ventenni di oggi siano disinteressati alla politica e i trentenni già disillusi.

Partito Democratico: leader Matteo Renzi. Fu lui a coniare la parola rottamazione qualche anno fa. La rottamazione è stata compiuta, tanto da dar vita ad un nuovo partito (per la serie chi non muore si rivede) che ha avuto come conseguenza una delle più grandi migrazioni di persone e menti dal Partito Democratico. Oggi il tentativo è quello di andare oltre la rottamazione, di recuperare pezzi o meglio, in vista delle elezioni, di ricucire con i fuoriusciti. Riusciranno i nostri eroi a mettersi d’accordo per rottamare, stavolta, non le persone in base ad una questione anagrafica, ma vecchie idee e screzi del passato?

A noi giovani, noi che veniamo tassati di essere disinteressati, disillusi, noi che abbiamo studiato scienze politiche, noi ai quali era chiaro dall’inizio che rottamare significa sostituire non per questione d’età ma per questione di idee o, quantomeno, cambiare i pezzi arrugginiti con pezzi nuovi e funzionanti, basterà sentirsi dire abbiamo raggiunto l’accordo, di nuovo insieme per un Italia migliore? O forse noi giovani ventenni e trentenni dalla rottamazione ci aspettavamo qualcosa di più? L’individuazione delle migliori menti che offre il nostro paese, la formazione di una squadra credibile e consapevole dei cambiamenti della nostra epoca e che lasciasse al PD qualcosa di più di un leader dal viso giovane e senza segni del tempo. Dov’è la squadra giovane nella testa e nel cuore, frutto della rottamazione che doveva fare del PD un partito credibile? Dove sono le idee, i progetti calati sulla realtà che dovrebbero convincere noi precari, ricercatori, liberi professionisti, studenti e giovani imprenditori, non dico a non emigrare ma quantomeno a recarsi alle urne? La sensazione è quella di una generazione, nuova si ma, probabilmente, poco matura. Poco con i piedi per terra. Una generazione che non ha saputo modellare il futuro con la pasta che aveva tra le mani. Poco consapevole dei propri diritti e delle proprie responsabilità. Una generazione che ha saltato l’appuntamento con la storia, quella che avrebbe dovuto leggere il futuro e trasformare su quello il presente.

Forza Italia: leader Silvio Berlusconi. Finalmente qualcuno che ha capito che per rinnovare non serve rottamare. Non serve rottamare ma, se posso, nemmeno riciclare. Se c’è una cosa bella di avere venti o trent’anni credo sia la capacità di credere che i sogni si possono realizzare. E crediamo a un sacco di sogni (sogni, badate bene, non promesse). Tra questi, però, non c’è l’immortalità. No, all’immortalità proprio non ci crediamo. Perdonateci: la nostra è una generazione realista, una generazione talmente pronta al sacrificio che, no, l’immortalità per noi è davvero troppo. Come pensiate possiamo vivere per sempre in un paese che non produce più idee, un paese fermo a vent’anni fa, anche qualcuno di più? E non ditemi che non è vero, quando il leader della più grande forza politica di centro destra è lo stesso del 1994.

Movimento 5 stelle: Luigi Di Maio. Finalmente. Finalmente un coetaneo che ha capito che rottamare vuol dire saper tenere assieme i valori del passato con la visione del futuro. Quando lo ha detto Luigi di Maio? Quando ha dichiarato a Vanity Fair che il suo modello è Sandro Pertini. Sentirsi legato ai valori di chi ha combattuto il fascismo, di chi ha fatto della militanza politica la sua vita, di chi ha messo a rischio la sua vita per onor di patria, solo perché a 27 anni (mentre Pertini alla stessa età, oltre ad avere una laurea in Giurisprudenza, cominciava la sua militanza antifascista, che gli costò l’arresto, sei anni di prigione e otto anni di confino) il destino ha voluto che con 189 preferenze alle “parlamentarie” del M5S  (la sottoscritta ne ha prese 722 la prima volta che si è candidata nel 2013 su un Municipio romano) sarebbe potuta cominciare la sua carriera come Vice Presidente della Camera dei Deputati. Un genio. Si merita di essere leader del movimento che ha saputo raccogliere la rabbia di tanti giovani italiani permettendo all’astensionismo di fermarsi “solo” al 25%.

Eccolo qua il più grande partito d’Italia. In costante crescita, il partito dell’astensionismo non si ferma davanti a niente e nessuno. Gli ultimi dati ci dicono che mediamente 1 elettore su 3 non si recherà alle urne. In sostanza, ci si allontana dalla politica al motto di “non cambia niente e sono tutti uguali”.

Ma deve finire anche il tempo dell’astensionismo. Non è rimanendo a casa, lontani dalle urne, lontani dall’esercizio dei propri diritti ma, soprattutto, dall’esercizio del proprio dovere, un dovere che oggi appartiene alle nuove generazioni, quello di guidare il cambiamento, che si combatte l’immobilismo delle persone e delle idee. Non solo deve finire il tempo dell’astensionismo elettorale, ma anche quello dell’astensionismo dall’assumersi la responsabilità della quale ogni generazione deve farsi carico. Se finora il numero crescente di persone, di giovani, classe anni Settanta in particolare, hanno troppo spesso deciso di non andare a votare per mandare un segnale alla politica, o quelli impegnati in politica non hanno prodotto la trasformazione epocale di cui c’è bisogno, la prossima generazione, quella che io chiamo “della speranza”, la mia, quella dei Millenials, non se lo può permettere.

La rottamazione finora ha fallito. Ha fallito prima di tutto nelle idee, nelle speranze e nei sogni. Ha fallito anche nelle persone: finora non si è vista una rete di più o meno giovani pronta a collaborare per ridisegnare il futuro del paese. C’è rimasta solo una cosa da fare: rottamare l’astensionismo. C’è bisogno che si mettano in campo persone che, grazie alle loro esperienze civiche, sociali, professionali, abbiano un’idea di paese quantomeno a medio e lungo termine. A scendere in campo deve essere una nuova generazione che sappia fare rete, sappia mettere a sistema cervelli e competenze, sappia sviluppare lungimiranza politica, visione, sogno. Il partito o il movimento che saprà fare questo meriterà di avere il voto di tanti giovani stufi di dover lasciare il proprio paese, meriterà il voto di chi finora ha preferito non recarsi nella cabina elettorale. Meriterà di guidare l’Italia rottamando negli anni idee incancrenite e lontane dai bisogni delle nuove generazioni. Meriterà di guidare il paese rottamando persone che hanno poco o niente da dare. Sarà, forse, quella generazione che facendo squadra, a testa bassa, con grande umiltà e competenza saprà mettersi a disposizione degli italiani.

@AntonellaMelito

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