Il salto di David Clementoni: esce dall’azienda di famiglia per Italian Artisan

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David Clementoni, 30 anni, dopo gli studi orientati all’industrial design decide di portare a termine un MBA presso l’Istituto de Empresa di Madrid, per ampliare le sue conoscenze al mondo economico e finanziario. Amante del Made in Italy, decide di non occuparsi dell’azienda di famiglia, la Clementoni S.p.A., ma di mettere insieme le sue doti artistiche con quelle manageriali e creare una piattaforma capace di dare risalto ai prodotti di piccole e medie imprese italiane. Nasce così Italian Artisan.

Buongiorno, quando sei nato e cosa hai studiato?

Sono nato il 26 aprile 1986, ho 30 anni. Provengo da Recanati ma ho studiato a Roma, presso la facoltà di architettura, nello specifico industrial design. Nel corso del tempo ho capito che per arrivare a qualcosa che fosse maggiormente orientato a fare business dovevo strutturarmi dal punto di vista comunicativo e di impresa. Ho deciso quindi di iscrivermi all’Istituto de Empresa a Madrid, oggi tra le migliori scuole universitarie di specializzazione in international management. Ho scelto un IMBA per sviluppare un profilo più economico – finanziario e di gestione di impresa a supporto del lato creativo.

Com’è stato passare dallo studio di materie artistiche ad uno studio orientato al campo manageriale e finanziario?

Confesso che all’inizio non è stato facile; si sono accorti delle lacune che avevo in campo manageriale ed economico, tanto che dopo tre mesi mi volevano buttare fuori dal corso. Non mi sono perso d’animo e decisi di chiedere un’altra possibilità; conclusi il master con la migliore valutazione. Successivamente, ebbi un colloquio con l’amministratore delegato di una grande azienda, la Freedman International, e con lui iniziai un percorso a New York. E’ lì che vengo in contatto con pezzi grossi del marketing internazionale come CMO di Facebook, IBM, Google, etc. Insomma, un’esperienza significativa per quello che avrei fatto dopo.

Qual è il tuo ruolo nella Clementoni S.p.A., specifico per i lettori, l’azienda di giocattoli famosa sia in Italia che all’estero?

Dopo l’esperienza a New York vengo richiamato dalla azienda di famiglia, la Clementoni appunto. Mi proposero un percorso di crescita aziendale in tutte le aree dalle vendite al marketing alla gestione d’impresa di macro livello al prodotto. In pratica, avrei potuto applicare quello che avevo studiato e quanto appreso grazie alle mie esperienze di Roma e Madrid. Decido di rientrare in Italia, in azienda. Gestisco fatturati importanti, coordino il marketing POS internazionale e ottimizzo processi di workflow produttivo. Dopo tre anni mi viene proposto di proseguire il percorso nell’area vendite con l’obiettivo di essere, in qualche anno, ai vertici amministrativi della terza generazione aziendale, ma è proprio in quel momento che decido di uscire dall’azienda. Oggi, per tornare alla tua domanda, non ho un ruolo nella Clementoni S.p.A. ma ho deciso di seguire un mio sogno: applicare le stesse capacità delle imprese multinazionali alle PMI per  sviluppare il Made in Italy nell’ambito del fashion, settore dal quale sono sempre stato attratto.

E’ allora, quindi, che hai deciso di creare Italian Artisan?

Si. Italian Artisan nasce dall’osservazione del mio territorio, le Marche. Vedevo aziende di piccole o medie dimensioni che non riuscivano ad avere una loro strada per un’internazionalizzazione sostenibile o che venivano “spremute” da grandi brand. Imprese alle quali non si prospettava futuro e, di conseguenza, prive di visione, anche a causa della crisi economica che ha colpito il nostro paese. Questo ha portato alla creazione della piattaforma che facesse da canale, b2b appunto, allo scopo di dare visibilità alle aziende a livello internazionale e permettere loro anche di creare un sistema di opportunità. Gli investimenti di queste piccole e medie imprese, che precedentemente venivano creati, non erano più sostenibili nell’industria 2.0. Italian Artisan diventa un canale di distribuzione per i brand del made in Italy e anche una vetrina per gli stessi, dando loro visibilità online 365 giorni l’anno. Inoltre, Italian Artisan ha dato agli imprenditori l’opportunità di ricevere le richieste di vendita direttamente dalla piattaforma. Parliamo di produttori che per essere visibili e conosciuti fino a quel momento partecipavano alle fiere, altrimenti sarebbero stati totalmente invisibili. Il primo business model di Italian Artisan è stato, dunque, la distribuzione digitale.

Oggi cosa fa Italian Artisan?

Con l’incontro del nuovo partner Aranga Rahim, entrato in azienda a luglio 2016, si è passati ad un ecosistema multi channel: B2B2C. Con esso accompagnamo le aziende in un percorso di digitalizzazione ed internazionalizzazione semplificata. Ad oggi Italian Artisan ha il patrocinio di Aimpes, Associazione Pellettieri Italiani, e raggiunge tra i suoi canali B2B2C più di un milione di click mensili.

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Quante aziende ne fanno parte e quali sono i prodotti maggiormente venduti?

Più di duecento. Sono aziende che vendono soprattutto scarpe, borse e accessori.

Come hai finanziato la startup?

Dopo aver investito tutti i miei risparmi ed un primo piccolo seed Family & Friends (così chiamato), che praticamente tradotto 50k investiti da mio padre che ha creduto nel progetto fin dagli albori, oggi Italian Artisan è ancora in booth strapping estremo! Per questo, dato che siamo in Italia, nonostante la parola StartUp sia cool mi piace chiamarla impresa!

Progetti futuri?

La visione è quella di diventare punto di riferimento per chi vuole produrre o comprare Made in Italy in Italia. Mission forte è quella di supportare le PMI in un percorso semplificato alla digitalizzazione e internazionalizzazione con l’obiettivo di sviluppo sostenibile. Italian Artisan è un cappello all’interno del quale la forza di tanti piccoli riesce ad avvalorare il vero Made in Italy, la tradizione, la qualità, la passione, la storia encomiabile di quello che sono gli artigiani che hanno fatto dell’Italia un grande paese manifatturiero.

Che consigli daresti ai giovani con le tue stesse ambizioni? Mi piace molto questa tua capacità ed intuizione nell’aver messo insieme un lato artistico, il bello del Made in Italy, con un lato orientato al business.

Mi piace parecchio una frase sciamana che mi ripeto spesso: “salta e vedrai apparire la rete”. In questo periodo storico, di grande difficoltà non solo economica ma anche umanistica, non c’è più tempo di aspettare che i frutti maturi cadano dall’albero ma bisogna saper selezionare intuitivamente le opportunità che ci mette davanti la realtà di tutti i giorni e avere fede nel perseguire quell’intuito. Per quanto IA sia una startup io la chiamo impresa perché l’impresa non è nient’altro che un mix di una persona che crea un meccanismo economico assumendosi tutti i rischi. Consiglio quindi ai giovani quello che mi consigliava mia madre, di essere coraggiosi ed umili. E’ con l’umiltà che si abbattono i muri, le difficoltà. Sconfiggere i giganti è possibile ma non con una maschera di facciata bensì con l’umiltà ed il coraggio di essere se stessi.

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Quanto conta il Quoziente Giovani? Credi che il successo di un giovane sia legato anche a quanto allo stesso viene data la possibilità di seguire i suoi sogni e le sue passioni secondo la sua visione di mondo?

‘Formalmente’ non mi potevo tenere i capelli lunghi nelle aziende precedenti. Oggi con i capelli fin sopra le spalle mi siedo al tavolo di alto management internazionale: e questo è solo un esempio per dire quanto sia importante connettersi alla propria essenza. E’ quello che oggi fa sviluppare le caratteristiche imprenditoriali e professionali in maniera coerente alla ricerca della propria felicità. Riconnettendosi a quello che sono i propri valori di self expression, è possibile riuscire ad avere tutti i giorni l’entusiasmo che solitamente si ha tra i venti e i trent’anni e sviluppare le skills richieste dal nostro millennio: leadership, creative thinking e fast problem solving. Ti saluto così: Let’s Rock Made in Italy!

@AntonellaMelito

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