Berto fa ricerca all’estero ma crede sempre nell’Italia. Storia di un filosofo che ce l’ha fatta

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Francesco Berto, 43 anni, veneziano, insegna logica e metafisica all’Università di Amsterdam. Grazie ai suoi manuali di facile comprensione anche per chi è alle prime armi nella materia, ha contribuito a far apprezzare ai lettori alcuni temi della logica filosofica. La sua ricerca verte in particolar modo sul Principio di non-Contraddizione. Lo scorso marzo, con altri colleghi, decide di sollevare al premier Matteo Renzi i più rilevanti problemi del mondo della ricerca in Italia. Ecco la sua storia raccontata a Quoziente Giovani.

Buongiorno, parlami dei tuoi studi.

Buongiorno e grazie per l’intervista. Mi sono laureato in filosofia e ho fatto il dottorato a Venezia. Successivamente decisi di continuare con due anni di post-dottorato a Padova, seguiti da altri due all’Ecole Normale Supérieure a Parigi. Ho proseguito con un anno da fellow all’Università di Notre Dame negli Stati Uniti e con quattro anni da lecturer in Scozia. Dal 2014 lavoro all’Institute for Logic, Language and Computation e al dipartimento di filosofia dell’Università di Amsterdam.

Oggi dove vivi? Se fuori dall’Italia perché?

Vivo ad Amsterdam. Sono uscito dall’Italia nel 2007, dopo il mio post-doc padovano, perché non trovavo lavoro. Ho provato a rientrare in passato, facendo un paio di concorsi, ma non è andata. In anni più recenti sono stato in contatto con diverse università italiane che hanno provato a richiamarmi con programmi di rientro. Non ha funzionato, per ragioni complicate e personali, ma sono stato molto lusingato dal loro interesse e dai loro sforzi.

Di che tipo di ricerca si sta occupando attualmente?

Ho un progetto che si chiama The Logic of Conceivability. Voglio studiare come ragioniamo quando facciamo ipotesi controfattuali, o sul futuro, e cerchiamo di ricavarne conseguenze (Cosa succede se Trump vince le elezioni? Se non riesco a pagare il mutuo dal mese prossimo? Come sarebbe andata se Hitler avesse avuto la bomba atomica nel ’44?). Certe cose seguono nello scenario immaginato, altre no. Il che vuol dire che questi esercizi di pensiero hanno una qualche logica. Vorrei capire come funziona.

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Oggi quando si incontra qualcuno che studia filosofia si pensa immediatamente che quella persona non abbia futuro, almeno qui in Italia. E’ così anche all’estero?

Bisognerebbe avere qualche statistica sottomano per parlarne con cognizione. Non ho idea di come stiano le cose in Italia, ma azzarderei che nei paesi in cui ho vissuto negli ultimi anni, Regno Unito e  Olanda, non è affatto così, anzi. Una cosa che ricordo spesso quando mi menzionano i laureati in filosofia, sono i risultati del GRE, Graduate Record Examinations, un test che i laureati negli Stati Uniti devono fare per accedere a graduate schools e programmi di dottorato, sicché fornisce una base statistica abbastanza ampia. Di solito i filosofi dominano in due scale su tre (analytical writing, verbal reasoning), mentre nella terza (quantitative reasoning) sono i migliori umanisti e se la giocano con biologi ed economisti. Ti consiglio questo link per avere contezza di qualche numero.

Sono necessari finanziamenti per l’ambito di ricerca del quale ti occupi? Hai avuto particolari investimenti in questi anni e, se si, come li hai ottenuti?

Io faccio armchair research, niente di empirico. Sicché i finanziamenti sono necessari non per metter su esperimenti ma, soprattutto, per due altre ragioni: per assumere personale che ti aiuti a far ricerca e per liberare tempo per te stesso, diminuendo la quantità di corsi che devi insegnare e i tuoi impegni burocratici. Quando ero in Scozia mi hanno offerto finanziamenti da RCUK, Research Council of the United Kingdom  e dal Leverhulme Trust. Prima ero andato in USA con una fellowship dell’Institute for Advanced Study di Uni of Notre Dame. In Olanda ho avuto un finanziamento dell’European Research Council. Si ottengono finanziamenti facendo domanda, presentando progetti. Le università, soprattutto europee direi, sono ormai così dedite ai grossi progetti, che ti richiedono di fare domanda per ottenerne, con regolarità, già nel contratto di lavoro che ti fanno firmare.

Una tra le difficoltà che hai incontrato?

La competizione è esasperata, a volte risulta un pò faticoso.

Approfitto del tuo expertise per chiederti se secondo te esiste un legame tra logica e metafisica.

Secondo me, molti miei colleghi discordano, c’è un rapporto molto stretto. Una caratterizzazione di metafisica dice che è lo studio delle caratteristiche e strutture più generali della realtà. Una concezione tradizionale delle leggi logiche dice che queste sono leggi massimamente generali: valgono qualsiasi cosa accada o, come si dice oggi, in tutti i mondi possibili, e non vi è niente che possa sfuggire loro. Il che le rende simili a norme metafisiche. È per questo che, ad esempio, Aristotele difende quel che noi chiamiamo la Legge di Non-Contraddizione non nei suoi scritti di logica, ma nella Metafisica. Anzi, aggiunge che solo al metafisico, il “filosofo primo”, ossia colui che studia l’essere in quanto essere, o la realtà in quanto tale, tocca una tale difesa.

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Come gli studi che effettui possono apportare miglioramenti al mondo nel quale viviamo o nella vita delle persone?

Quanto alla ricerca che ho menzionato sopra, Logic of Conceivability, se sappiamo come ragioniamo quando facciamo ipotesi, controfattuali o meno, possiamo migliorare la nostra capacità di effettuare simulazioni mentali e di imparare dagli errori, esaminando controfattualmente cosa avremmo potuto fare meglio. Possiamo anche capire in quali fallacie tipicamente cadiamo quando cerchiamo di pianificare il nostro futuro. Questa è l’utilità pratica della cosa. Io sono però interessato soprattutto alla comprensione, che credo sia un valore in sé. Sono un fan della ricerca fondamentale, le cui applicazioni sono imprevedibili e che spesso non ha altro scopo che la conoscenza in quanto tale.

Tu hai vinto il premio Premio filosofico Castiglioncello nella sezione giovani. Mi racconti questa esperienza?

Ah, è stato simpatico. Avevo scritto un libro chiamato Teorie dell’assurdo, che verteva proprio sulla summenzionata Legge di Non-Contraddizione e che ebbe il premio Antonella Musu, insieme a un libro di Armando Massarenti. Il presidente della commissione era il filosofo e storico della scienza Paolo Rossi, un uomo molto intelligente e dalla verve incredibile. Credo fosse la prima volta che premiavano un libro di logica!

Come miglioreresti il settore della ricerca in Italia?

Qualche mese fa, con un paio di colleghi e amici, avevamo scritto una lettera a Renzi in proposito; Renzi ci ha risposto su alcuni punti che gli stavano a cuore, ma ne ha ignorati altri. Penso ancora che quella fosse una buona proposta.

Mi hai dato uno spunto per l’articolo di domani, provo a riproporre questo botta e risposta con il premier sui bisogni della ricerca in Italia. Per il futuro, hai nuovi progetti?

Lavorare un po’ meno!

Che consigli daresti ai giovani che oggi vogliono fare ricerca nel tuo campo?

Di mandarmi una mail a F.Berto@uva.nl per qualche saggio suggerimento.

Quale libro dei tuoi consiglieresti ai giovani italiani e perché?

Consiglierei questo manualetto di logica elementare “Logica da zero a Gödel”, perché la logica fa bene.

@AntonellaMelito

 

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