Ranellucci, 31 anni, curatore dei contenuti della MakerFaire,ha creato il software di riferimento per stampa 3D

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Alessandro Ranellucci, 31 anni, si occupa sia di architettura che di sviluppo di software. Ha al suo attivo due startup di successo quando ancora non si chiamavano startup. Da quando ha scritto Slic3r, il software di riferimento per le stampanti 3D open source in tutto il mondo, è personaggio chiave nel mondo maker. Ha, inoltre, diretto la Fondazione Make in Italy Cdb e cura i contenuti della MakerFaire Rome.

Grazie per l’intervista. Quanti anni hai e quando ti sei avvicinato al mondo della tecnologia?

Ho 31 anni e ho cominciato ad interessarmi di tecnologie sin da quand’ero bambino, imparando i fondamenti dell’elettronica e la programmazione. Verso i 12 anni avevo un sito web personale e i miei programmi erano allegati ai CD-ROM di alcune riviste di informatica. Negli anni successivi, mentre frequentavo il liceo classico, ho realizzato i primi lavori informatici retribuiti. A 18 anni ho chiesto un piccolo prestito ai miei genitori e ho aperto quella che oggi si chiamerebbe una startup, restituendo i soldi dopo sei mesi. Ho seguito questa attività parallelamente agli studi di architettura. Tralasciando altre esperienze avvenute negli anni successivi, nel 2011 mi sono avvicinato alla stampa 3D che era ancora in una fase pionieristica; mi sono ritrovato per curiosità personale a realizzare quello che nell’arco di pochi mesi è diventato il software open source di riferimento per la tecnologia, Slic3r. Ho dedicato molto tempo in questi anni alla ricerca nella stampa 3D e ai diversi mondi che la circondano, a cominciare dai makers. Sono stato direttore della Fondazione Make in Italy Cdb. Oggi sono socio dello studio di architettura Supervisione dell’Architettura e della software house Pintle Bit-Builders; due anime complementari che mi porto addosso da tutta la vita.

Cos’è Slic3r?

Slic3r è il software open source per la stampa 3D al quale lavoro da cinque anni. Nacque come un esperimento personale e un tentativo di risposta ad una necessità tecnica che avevo per poter stampare efficacemente modelli architettonici. In pochi mesi si trasformò in un progetto di portata internazionale e divenne il progetto open source di riferimento per la stampa 3D. È essenzialmente un lavoro di ricerca e sviluppo, laddove la ricerca ha permesso di definire algoritmi, tecnologie, terminologie che oggi sono diventati consuetudine.

Complimenti. Cosa ti ha lasciato la Maker Faire? Tu sei stato co-organizzatore, mi racconti questa esperienza?

Si è conclusa la quarta edizione. Quattro anni fa il movimento dei makers non era così sviluppato in Italia e la Camera di Commercio di Roma decise di scommettere realizzando una manifestazione assolutamente inusuale. Mi fu chiesto di collaborare e di curare in particolar modo i contenuti provenienti dai FabLab e dai laboratori collettivi, perché grazie a Slic3r avevo acquisito un punto di vista privilegiato e conoscevo questo mondo. Nelle ultime due edizioni mi sono occupato, insieme ai curatori Riccardo Luna e Massimo Banzi, della curatela generale di tutti i contenuti della manifestazione, dai progetti in mostra fino alle conferenze. L’offerta contenutistica della Maker Faire Rome è molto ampia, quasi esagerata, e la cura di questi contenuti è un lavoro molto arduo perché bisogna contemperare le diverse anime della manifestazione mantenendola su quel sottile confine tra una fiera di settore e un evento generalista rivolto al grande pubblico. Abbiamo mostrato il meglio dell’innovazione unito ad una grande operazione di disseminazione di cultura tecnica. Se oggi molte tecnologie tra cui la stampa 3D o la realtà virtuale sono entrate nell’immaginario delle persone, che le considerano normali e non più fonte di meraviglia, è segno che questa operazione ha funzionato. Maker Faire Rome è per me una sfida molto difficile che mi ha permesso di conoscere da vicino centinaia e centinaia di progetti e di ragionare sul loro ruolo nella società e su come si possa mantenere acceso questo “fuoco” aiutando gli innovatori a far conoscere i propri progetti.

Mi parli del progetto Amatrice stampata in 3D?

Il progetto è stato voluto da Maker Faire Rome e dalla Regione Lazio per mantenere accesa l’attenzione sul sisma del Centro Italia. Quando mi è stato chiesto di realizzare il progetto ho accettato nonostante i tempi molto ristretti e ho deciso di impostare il lavoro in modo che avesse un valore tecnologico e che fosse a suo modo un’innovazione. Si è trattato di una ricostruzione estremamente precisa, basata su cartografie digitali incrociate da diverse fonti tra cui quelle regionali, che non ha lasciato spazio all’artigianalità ma che ha tradotto in forma fisica quei dati immateriali già esistenti. È stata una operazione di “instant fabrication” possibile solo grazie alla stampa 3D e alla fabbricazione digitale, impossibile fino a poco tempo fa. Tra tutti i modi per riportare in vita l’immagine di un centro abitato ferito, che passano per i ricordi, i racconti, le fotografie fino alla ricostruzione definitiva, questo plastico di 8 metri quadri costituisce la riproduzione più completa, più dettagliata e più fedele.

Nuovi progetti per il futuro?

Il cassetto dei miei progetti futuri è sempre molto pieno. Alcuni di questi sono in cantiere, ma non mi va di parlarne in anticipo. Altri forse resteranno nel cassetto ma mi danno la certezza che ci sono sempre tante cose da fare e tante opportunità da cogliere e, soprattutto, da crearsi.

Vorrà dire che ci incontreremo nuovamente il prossimo anno per una nuova intervista. Che consigli daresti ai suoi coetanei che hanno i tuoi stessi interessi e aspirazioni?

Il mio consiglio è quello di lasciarsi trasportare da uno di questi interessi, cercando di combinare allo stesso tempo l’apprendimento di nuove capacità con la realizzazione di obiettivi, anche semplici, e con la possibilità di entrare in relazione con persone nuove. Credo che la chiave sia quella di mostrare cosa si sa fare, e quindi qualsiasi progetto è un’occasione da cogliere. Non sempre c’è qualcuno che bussa alla tua porta e ti propone qualcosa: ma si può giocare d’anticipo e realizzare qualcosa di propria iniziativa, diventandone autore ed esperto. Quel qualcosa diventerà un pezzo della vostra identità, e oltre ad supportare l’autostima, oltre ad avervi fatto imparare qualcosa, è un biglietto da visita prezioso in un modo che sempre più privilegia chi fa le cose a chi le saprebbe fare ma non le fa.

Quant’è importante il quoziente giovani?

Le energie di un ventenne e la sua elasticità mentale sono probabilmente occasioni da non sprecare. La mia generazione ha vissuto, tra le altre cose, la transizione alle tecnologie digitali, Internet, l’Erasmus, la diffusione della lingua inglese: cambiamenti epocali che probabilmente da giovani si capiscono meglio e per tempo.

@AntonellaMelito

 

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