Davide Caiazzo, 30 anni, tra i più giovani responsabili legali d’Italia. Ecco la sua storia

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Davide Caiazzo, 30 anni, specializzato in diritto del commercio internazionale, è il responsabile legale di una multinazionale americana. Oggi è anche trainer per le aziende del gruppo; uno dei suoi obiettivi è quello di valorizzare la figura del Legal In-House. Nell’intervista spiega come avere un avvocato interno ad una azienda può portare molti vantaggi alla stessa.

Buongiorno, parlami un po’ di te, del tuo background, della tua formazione e di cosa ti occupi attualmente.

Buongiorno e grazie a Quoziente Giovani per questa intervista. Sarò brevissimo, ho 30 anni, mi sono laureato in Giurisprudenza presso l’Università di Roma “La Sapienza” ed ho tre master. Il primo in studi diplomatici presso la Società Italiana per le Organizzazioni Internazionali (SIOI) di Roma; il secondo presso l’Associazione Italiana dei Giuristi di Impresa (AIGI) e il terzo presso la business school del Sole 24 Ore, questi ultimi con focus sul diritto del commercio internazionale. Attualmente, sono il Responsabile dell’ufficio legale e societario di una multinazionale americana che comprende sei società dislocate in quattro nazioni, oltre che di uno stabilimento produttivo in Italia.

Complimenti per le tante e diversificate esperienze formative. Posso chiederti come hai fatto a pagarti tutti questi Master?

Grazie. Certo, anzi ti dico che sono particolarmente contento di questa domanda perché spesso il messaggio che passa è quello di essere il cosiddetto “figlio di papà”. Nel mio caso, e come me tantissimi altri giovani italiani, quasi tutto quello fatto è stato frutto del sudore della mia fronte. L’Erasmus, la tesi all’estero, due dei tre master, sono riuscito a farli solo grazie a delle borse di studio o ai miei risparmi. I miei genitori sono sempre stati pronti a sorreggermi e sapevo che se non ce l’avessi fatta loro ci sarebbero sempre stati. Ci sono mille opportunità da cogliere al volo, basta non essere pigri; ovviamente, come tutto del resto, devi guadagnartele. Per esempio durante il master del Sole24Ore ho fatto il Tutor del corso, una delle esperienze più fruttifere della mia vita, ho conosciuto e stretto rapporti con persone fantastiche! Certo spesso è necessario arrivare prima degli altri, essere l’ultimo ad andare via o avere compiti extra da svolgere, non si può dire che sia semplice. Credo, però, che chi vuole ed ha, al contempo, buone capacità non abbia particolari difficoltà a guadagnarsi una borsa di studio o a cogliere le opportunità che la vita ci mette davanti.

Che lingue parli e come le hai imparate?

Parlo inglese e spagnolo e lavoro quasi esclusivamente in inglese. Ho avuto occasione di imparare lo spagnolo durante l’Erasmus in Spagna e di approfondire l’inglese prima grazie ad un contrattempo durante l’università, poi grazie ad un’esperienza di lavoro a Washington DC.

Che tipo di contrattempo hai avuto all’università tale da farti migliorare il tuo inglese?

Sembra surreale: non mi volevano far laureare perché avevo terminato gli esami “troppo presto”. Pertanto decisi di fare la tesi all’estero. Grazie ad una borsa di studio ho effettuato la ricerca della mia tesi di laurea presso la McGill University in Canada.

Caratterialmente come ti descriveresti?

Sono sempre stato una persona molto ambiziosa e determinata ed ho sempre lottato duramente per raggiungere quello che volevo. Lasciami però dire una cosa: mi sento, al contempo, una persona molto fortunata.

Fortunato si, ma sicuramente con del talento…

[Sorride] Seneca sosteneva in effetti che “La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione”. A svolgere un tipo di professione ci si arriva ponendosi obiettivi importanti ma, allo stesso tempo, creando il proprio percorso di vita steb by step. Sono sempre stato affascinato dai viaggi e dalle esperienze all’estero e non ho mai perso un’occasione per mettermi in gioco. Ad esempio, durante l’Erasmus alle Canarie avevo avviato un piccolo business di eventi per Erasmus. E’ iniziato per gioco e poi è diventata un’attività a tutti gli effetti. Insomma, ho sempre cercato di prendere al volo tutti i treni che mi sono sempre passati davanti Ad ogni modo, “al volo” si fa’ per dire, se pensi che per la posizione che ricopro ora ho dovuto fare tredici colloqui in nove mesi. Un parto!!!

Oggi dove vivi?

Vivo in Italia, dopo 8 anni passati a Milano sono rientrato su Roma. Ma lavorando in un contesto internazionale sono spesso in viaggio.

Come si svolge praticamente la tua attività?

Mi occupo della consulenza legale a 360°, in particolare tutto ciò che va all’esterno deve passare da me quindi la contrattualistica, le pubblicità, le etichette, persino i post sui social. In breve, effettuo dei controlli sotto il profilo legale e mi assicuro che tutto rispetti la legge. Una cosa che mi ha dato grande soddisfazione è l’esser sempre riuscito a far capire alle aziende con cui collaboro e con cui ho collaborato che il ruolo del Legal In-House è quello di prevenire le problematiche, non di arginarle. Anche per questo, tengo spesso corsi di formazione per i miei colleghi al fine di fornirgli gli strumenti necessari per evitare di incorrere in eventuali sanzioni. In effetti, avere un avvocato all’interno all’azienda serve, a mio parere, a velocizzare il business, non a rallentarlo.

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Immagino che fare questo tipo di lavoro non è l’unica porta che ti si è aperta nella vita. Qual è stato l’evento scatenante che ti ha fatto scegliere questa occupazione?

Ho sempre cercato un lavoro che mi permettesse di viaggiare, di vivere un contesto internazionale, che non fosse monotono, che mi permettesse di conoscere persone nuove ogni giorno e che non mi costringesse a stare 24 ore su 24 dietro ad un computer. Grazie a Dio ci sono riuscito.

Hai incontrato difficoltà nel perseguire quello che volevi fare nella vita?

Il principale nemico, o forse l’unico, che ho dovuto affrontare in Italia è sempre stato il fattore età.  Quando sei giovane, soprattutto nel ramo della consulenza, è difficile che ti prendano sul serio se non hai i capelli bianchi. Sono molto contento di aver trovato un’azienda americana che non ha paura di investire nei giovani, anzi. Lavoro a stretto contatto con il Direttore Legale Sud-Europeo, gli Amministratori Delegati e i Direttori delle varie società di cui sono responsabile. Hanno riversato piena fiducia in me, credono nella mia professionalità e, soprattutto, ho ricevuto feedback molto positivi sul lavoro svolto fin ora. Sotto questo aspetto sono davvero molto soddisfatto.

Nuovi progetti per il futuro?

Sono entrato in questa nuova realtà lo scorso gennaio ed ho già avuto due importanti incarichi uno, addirittura, a livello Europeo. Quello che faccio ora mi piace molto e mi sta regalando grandi emozioni, nessuno può sapere cosa riserva il futuro.

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I tuoi hobby extra lavorativi?

Vado in palestra tutte le mattine prima di iniziare a lavorare, verso le 7,30. Spesso corro nel weekend. Adoro il basket e amo la mia moto, il prossimo aprile fa’ trent’anni!

Che consigli daresti ai suoi coetanei che hanno i tuoi stessi interessi e aspirazioni?

Di puntare in alto. Quando tendi alle stelle puoi anche non raggiungerle, ma certamente non resti con un pugno di fango.  Mi hanno sempre detto che per emergere devi essere meglio degli altri, più veloce, più smart, più volenteroso, più tenace e così via. È tutto vero. Nel mio caso, la differenza credo l’abbia fatta la perseveranza. Ho sempre preteso il massimo da me e dal mio lavoro e non mi sono mai risparmiato. All’università mi svegliavo alle 4 per studiare. Sono molto contento di quello che ho ottenuto e di quello che ho fatto ma sento che c’è ancora moltissima strada da fare. A 30 anni sentirsi “arrivati” e completamente soddisfatti sarebbe da sciocchi, si sale un gradino e si punta a quello dopo.

Veniamo alla domanda finale. In che modo il Quoziente Giovani fa la differenza? Ovvero, in che modo un giovane, con il suo entusiasmo, intende diversamente il modo di fare business?

Sinceramente penso che ciò che faccia la differenza in un giovane sia la voglia di emergere, di farsi notare, di far vedere che “ce la posso fare!”. Un giovane è disposto a rimboccarsi davvero le maniche, a fare le quattro del mattino e tornare a lavoro il giorno dopo, è questa la differenza. A volte mi è capitato di esser tornato a casa solo per fare una doccia e cambiare vestito. Non ero stanco, ero carico: lavorare con quei ritmi mi dava e mi dà adrenalina. Lavorare sotto stress non deve spaventare, è soprattutto in quei momenti che bisogna dimostrare il proprio valore, bisogna sempre dare il massimo in tutto quello che si fa. Speriamo solo di non “invecchiare” troppo  presto.

@AntonellaMelito

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